Roberto Calaon

Un appuntamento molto particolare

Mario stava pensando a quella ragazza che aveva incontrato ieri, quell’espressione così particolare che ti faceva capire che gli interessavi e che, al contempo, poteva anche fare a meno di te. Che situazione! Non gli era mai capitata una cosa simile, solitamente le ragazze o ci stavano o no e con lui, modestamente, ci stavano sempre. Era riuscito a strapparle un appuntamento veloce per un caffè, ma ciò che lo turbava era: come poteva fare per rendersi interessante, per catturare veramente la sua attenzione? Ogni parte del suo corpo fremeva, era esclusivamente interessato a vederla anche se dopo non avrebbe saputo né cosa fare, né cosa dire, e il solo pensiero lo infastidiva. Non si era mai trovato in una situazione simile, era come se tutte le emozioni del mondo gli piombassero addosso all’improvviso, ma senza fargli del male, anzi, eccome se gli facevano bene! Così bene che si sentiva completamente rimbecillito e incapace di connettere. Ma se quando la vedrò mi sentirò così… e se le parole non mi usciranno… e se avrò la tremarella? Oh Mario, sveglia! Quando mai uno scanzonato come te si preoccupa per queste cose? Ce l’hai sempre fatta, perché proprio ora ti sembra così difficile?
Non so neanche come si chiama. Ieri, quando ci siamo parlati, non ho avuto nemmeno la prontezza di chiedergli il nome. Era assieme ad altre ragazze e parlando così del più e del meno, ho intuito potessero essere delle colleghe di lavoro; poi, prima che se ne andassero ho azzardato timidamente: ci vediamo domani per un caffè? E lei, girandosi con quel bel faccino, ha detto sì. Che genio sono stato, che appuntamento sono riuscito ad ottenere. Tanto ci sarebbe andata lo stesso all’indomani in quel bar, anche se non glielo avessi chiesto io.

Mario, vieni, la cena è pronta! Era la madre, che svegliandolo dal torpore, gli rammentava che anche il corpo ha le proprie esigenze. Si alzò dal letto nel quale era seduto a riflettere e uscendo dalla sua camera si ricordò di avere una famiglia che gli voleva bene e che pensava a lui e che tutto quel rimuginare non serviva a niente, tanto adesso aveva solo fame.
Che strano però, appena sua madre lo chiamò uscì subito dalla camera, mentre solitamente, dopo cinque o sei chiamate, la madre doveva andarlo a prendere rammentandogli che la cena si stava raffreddando e solo allora lui, svogliatamente, acconsentiva di partecipare al desco. E poi non parlava quasi mai a tavola, mangiava avidamente con velocità e se ne ritornava in camera sua davanti al computer, oppure usciva subito con gli amici. Ma quella sera… parlava, parlava a dirotto di qualunque argomento, sembrava gli piacesse stare con i genitori e che dialettica esibiva! La serata non finiva mai, tanto che furono i suoi genitori a dirgli: ciao Mario, ci ha fatto piacere questa sera diversa dal solito, ma noi andiamo a letto perché domattina ci dobbiamo alzare presto e sarebbe bene ci andassi anche tu.

A LETTO? E cosa ci faccio a letto, da solo? E subito la vede. È un’immagine mentale enorme che lo perseguita, ma è una sofferenza gradita e gli piacerebbe tanto potergli dare un nome. Ma non è un problema, tanto domani ci vediamo. Quante cose avrò da dirgli speriamo che sia così anche per lei. Gli dirò anche che per la prima volta in vita mia ho cenato volentieri con i miei genitori, gli dirò che l’ho pensata tutta la notte, gli dirò che non vedevo l’ora di incontrarla, gli dirò… gli dirò… Ma cos’è questa musica, che bella, sembra La Primavera di Vivaldi. È il tuo smartphone che ti dà la sveglia Mario, è ora di alzarsi e di andare al lavoro.

Al lavoro la mattinata non passava mai, tutto era un problema, i clienti si lamentavano per un nonnulla, le cose non erano al loro posto, sembrava proprio che ogni cosa fosse a suo sfavore, e poi, il tempo. Ma perché manca ancora così tanto tempo alle tredici e perché ho tutta questa fretta immotivata addosso? Basterebbe solo un po’ di centratura, come la vedo nei miei colleghi e tutto scorrerebbe come deve. E anche qui, che strano, solitamente erano i miei colleghi che invidiavano il mio savoir-fare  con i clienti. Possibile che sia così cambiato? Possibile che una squinzia qualunque possa incidere così fortemente nella mia vita da farmi cambiare così tanto, addirittura da non riconoscermi più? Attento Mario, stai dispensando colpe e potere al vento. Stai involontariamente colpevolizzando una persona che nemmeno conosci e gli stai dando un potere enorme. Se questa fosse al corrente delle tue emozioni e fosse anche una che se ne approfitta, saresti letteralmente spacciato. Diventeresti un pollo da spennare, strizzare e poi mollare quando non serve più. Osservati Mario. Cos’è cambiato in te? Cosa ti ha scatenato questa ridda di emozioni contrastanti che ti ha letteralmente fatto perdere il controllo? E poi quale controllo, quello che ti sei applicato sino ad ora e che non hai mai messo in pratica perché non ti è mai capitata una situazione simile? Continua ad osservarti Mario, qualcosa in te sta uscendo e se ti osservi bene la puoi vedere, stai imparando a conoscere aspetti di te stesso che nemmeno sospettavi di avere, stai imparando che non sei poi così forte come credevi, e anche qui, non giudicarti, non sentirti inferiore, non passare da un estremo ad un altro. Guardati, ascoltati, percepisci le tue emozioni, renditi conto quanto un’immagine possa essere così potente su di te, perché di un’immagine si tratta: non la conosci nemmeno la padrona di quel bel faccino!
E adesso smettila di sognare, sono già le tredici e venti, l’ultimo cliente ti ha pagato e aspetta il resto, i tuoi colleghi se ne sono già andati e devi chiudere la cassa, cambiarti, uscire e andare in quel bar…

Eccomi, finalmente sono uscito e ora sono me stesso. È stato utile tutto questo rimuginare, ora sono pronto a conoscerla e non mi importa nulla di ciò che succederà, non mi importa se sembrerò imbranato, non mi importa come potrò apparire ai suoi occhi e non mi importa neppure uscire con lei… almeno… credo… Intanto arrivo al bar, guardo dalle vetrate se vedo qualcuno… no, non c’è ancora. Entro e ordino un toast e una birra e mentre la cameriera sta appoggiando il vassoio sul tavolo ecco la porta che si apre e il gruppetto delle ragazze sta entrando. La bionda con il tacco 12, la mora robusta e la bruna con i leggins disegnati addosso, ma lei non c’è, aspetto un altro po’, ma di lei nessuna traccia, non c’è. Possibile che oggi non sia venuta? Che sia ammalata? Avrà avuto qualche contrattempo e arriverà in ritardo. Un’infinità di pensieri negativi mi assale e la mia ansia aumenta. Mi sento molto agitato e non riesco a calmarmi. Ordino un’altra birra, il toast non so nemmeno quando l’ho mangiato, so solo che nel piatto non c’è più.

Le ragazze si erano sedute dalla parte opposta della sala e ogni tanto qualcuna di loro mi guardava sorridendo maliziosamente con le altre. Sembrava che l’argomento della giornata fossi io e guarda caso, nessuno dei miei amici che solitamente si fermavano a bere il caffè, passò di lì. Almeno mi avrebbero aiutato a mantenere un contegno. Invece no. Mi sentivo veramente solo e preso in giro, quando di scatto mi alzai e andai al tavolo delle ragazze e, facendo finta di nulla, tra un apprezzamento ed una battuta, chiedendo di lei mi sentii rispondere che, purtroppo, qui, non la vedrò più, perché era dovuta ritornare urgentemente al sud a causa di problemi famigliari, problemi che si sarebbero protratti nel tempo e per questo motivo si sarebbe trasferita anche con il lavoro ad un’agenzia del sud.

Che sconforto, caro Mario, che delusione, dopo tutto questo lavorio mentale tutto finisce nel nulla e scopri che lei non era poi così importante perché tale l’avevi resa tu. E non hai nemmeno voglia di andarla a trovare, al di là della distanza, che non sarebbe un problema, non sapresti nemmeno cosa dire, non hai avuto il tempo di conoscerla e non sai nemmeno se avrete qualcosa in comune. Non lo fai apposta, ma quel bel faccino si sta lentamente sbiadendo nella tua mente e pian piano stai ritornando in te. E anche stavolta ti sei dimenticato di chiederne il nome, ma non fa nulla, ora Mario è ritornato, crede di non essere più forte come prima, ma, anche se non lo sà, lo è di più, molto di più: ha imparato a vedersi e a riconoscere alcune delle sue emozioni, ha imparato alcuni aspetti di se stesso che non pensava nemmeno potessero appartenergli e, tra un po’, potrà anche permettersi di lasciar correre, di lasciare andare, facendo scivolare via ciò che lo rendeva così triste.

Ritorno di fiamma

Sono passate soltanto due settimane e quei giorni sembrano così lontani, la vita ha ripreso la sua routine, casa, lavoro, amici, (divertimento così, così), qualcuno salutato per strada più per darsi un tono che per vero interesse, le solite notizie, ecc. ecc. Oggi però sembra una giornata diversa. Mario non conosce il motivo di questa sensazione, ma nell’aria qualcosa si muove. Guarda quella, indicando a se stesso una ragazza sul lato opposto del marciapiede, sembra la Silvia. Se non sapessi che è partita per studiare psicologia a Padova quattro anni fa, direi proprio che è lei. Un po’ stanca forse, anche un po’ dimagrita; il sorriso è cambiato, non è più così smagliante come lo era un tempo, prima che partisse… perché si era invaghita di un altro.
Mentre ero immerso in tutte queste elucubrazioni, tanto da non vederla più, una voce gridò il mio nome. Mario, Mario, mi senti? Mario sono Silvia, sono di qua della strada, aspettami! Conoscevo questa voce, il tono era rimasto lo stesso, era proprio lei, Silvia e cosa ci faceva qui? Era ancora vivo nella mia mente il ricordo di lei, era stata la mia ragazza per alcuni anni e, se non ci fosse stato quello là… Nel frattempo Silvia aveva attraversato la strada e gli era apparsa davanti e i due non resistettero ad abbracciarsi come due vecchi amici. Ciao, quanto tempo, tutto avrei pensato, ma non certo di incontrarti oggi, come va? Ma davvero? E stai bene? Si anch’io certo e via con una serie di convenevoli che starebbero a pennello sulla bocca di due vecchie comari piuttosto che di due giovani ragazzi. Ma c’era ancora qualcosa tra di loro, perché quando una relazione viene troncata di netto rimane sempre un po’ di amaro in bocca, amaro che si manifesterà istantaneamente al prossimo incontro, anche se avverrà dopo molti anni.

Silvia, però, era ancora molto bella, assolutamente desiderabile e, parlando parlando, Mario scoprì che non era più con il suo ragazzo, che era ritornata a vivere con i suoi e che andava a Padova solo ed esclusivamente per terminare gli studi. Scoprì anche una ragazza molto sola, e, conoscendola, sapeva bene che non ne era il tipo. Non era capace di stare da sola, aveva continuamente bisogno di attenzione e anche lui ne aveva. Si ricordava che quando stavano assieme stavano veramente bene, erano una coppia affiatata e riuscivano a cavarsela in qualunque situazione, ma sia lui che Silvia, sembravano aver perso la freschezza, gli avvenimenti della vita li avevano cambiati e non erano più così spontanei. E riuscirono persino a dirselo e alla fatidica domanda, la risposta da parte di tutt’e due fu: sarebbe bello, ma…
Passò un’ora così velocemente che nessuno dei due se ne accorse e Mario, che doveva ritornare al lavoro dovette scappare via di corsa promettendo, però, che si sarebbero rivisti. Ti chiamerò prima o poi, sì anch’io, ciao, ciao, ciao…

Al lavoro Mario era sempre brillante, sapeva cavarsela con i clienti, era una di quelle persone con la quale si dialoga volentieri e, fortunatamente per lui, sia i clienti che i colleghi lo apprezzavano. Avendo così modo di esprimersi le ore passavano più velocemente e, anche quel senso di tristezza che ogni tanto lo coglieva, era meno pesante. Con gli amici non era un problema, tanto loro seguivano sempre lui e anche se poteva sembrare meno figo, continuava ad essere lui il leader. A casa, invece, un vero musone, ricordate quella sera con i genitori? Non si era mai più ripetuta. Mangiava, salutava e andava in camera sua. Non abbacchiarti Mario, la vita continua e ha ancora molte cose in serbo per te.

Emozioni incontenibili

Vivaldi in arrivo! È ora di alzarsi! Non so perché ma oggi sarà una giornata splendida. Era ora che ti svegliassi da quel torpore, anche le altre giornate potevano essere state splendide se tu non ti fossi chiuso a riccio con le tue immagini di sofferenza. Dai, vai che è tardi. E mentre, con il solito autobus, andava al lavoro promise a se stesso di non piangersi più addosso e di comportarsi allo stesso modo con qui si comportava con gli altri. Perché non poteva essere splendido con se stesso? Chi glielo vietava? E così fece e si ripromise pure di passare a prendere un caffè proprio in quel bar dal quale non passava da più di due settimane. Bravo Mario, così si fa, così si ricomincia a vivere!

Era veramente una bella giornata, da lontano, si vedeva che quel bar era pieno di gente, del resto era un bel posto, ben tenuto e sia i proprietari che le cameriere facevano di tutto per mantenerlo così e i clienti lo sentivano e continuavano a ritornare. Come al solito, prima di entrare diede una sbirciatina dall’esterno per vedere se c’era posto a sedere e vide le solite persone sempre sedute al solito tavolo, c’erano anche le amiche, c’erano proprie tutte e quattro. Bene, meglio così, qualche certezza ogni tanto non guasta. C’è un tavolo libero, entro subito prima che qualcuno me lo freghi. Ma come QUATTRO! E il cuore iniziò a palpitare come non aveva mai fatto, mi sembrava di avere una bomba nel petto pronta a scoppiare, l’emozione era tale che la saliva mi si azzerò così tanto che la bocca non si apriva, non so come feci a trattenere le lacrime. Ma allora l’altra, di spalle, era lei. Non avevo neppure la forza di muovermi, come avrei fatto ad alzarmi e a portarmi sino a quel tavolo senza sembrare un comico imbranato che imita un paralitico? Fortunatamente la ragazza si girò, oddio era proprio lei e più bella di prima! Uhhh che faccio adesso? E mentre mi vide, sfoggiando un sorriso che parlava da solo, disse: ciao, anche tu qui? Allora, l’impeto interiore, molto più forte delle emozioni che stavo provando, mi fece alzare e con un filo di voce le dissi: ma non eri ritornata a casa? Credevo di non vederti più. Ma lei comprese la situazione, salutò le sue colleghe e si diresse verso di me. Posso? mi disse indicando la sedia. Certo, molto volentieri. Eravamo solo noi due a quel tavolo, e il locale, pur essendo pieno di gente, per noi era vuoto. Subito si scusò perché, quel pomeriggio, quando ci demmo appuntamento, ancora non sapeva cosa sarebbe successo ma, sfortunatamente lo imparò subito dopo. La madre ebbe un incidente e fu ricoverata con prognosi riservata, nessuno sapeva se ce l’avrebbe fatta a superare la notte. Il padre, ormai anziano e i fratellini ancora piccoli non erano in grado di badare alla famiglia e di arrangiarsi da soli, così lei acconsentì di partire per andare a svolgere il ruolo che le competeva. Informò subito l’azienda, che la aiutò in questa situazione difficile. Non c’era nient’altro nella sua testa se non il pensiero della madre che di lì a poco poteva non esserci più. Fortunatamente, la madre superò la prima nottata, e poi anche le altre e dopo una settimana si cominciò a sperare di portarla a casa. È a questo punto che mi sei tornato in mente tu. Sembrava che te l’avessi data buca, ma non sono quel tipo di ragazza e mi dispiaceva moltissimo averti lasciato lì, tutto solo ad aspettare una persona senza sensibilità. Così telefonai alle colleghe e dissi loro di rintracciarti, ma nessuno sapeva chi eri, e poi non se la sentivano in verità di cercare a fondo per trovarti. Un po’ di gelosia? Un velo d’invidia? Non lo so. Mia madre era ancora in ospedale e non me la sentivo di impegnarmi a tempo pieno in cose che non fossero indispensabili alla vita della famiglia. Mio padre ed i miei fratellini avevano continuamente bisogno di me e così, non insistei. Ma la settimana successiva, insperatamente, mia madre ebbe un recupero formidabile, tanto che dopo due giorni la rimandarono a casa. E, orgogliosa come tutte le donne del sud, seppure acciaccata, disse che ce l’avrebbe fatta a badare alla famiglia, semmai si sarebbe fatta aiutare dalla sua amica che abitava lì vicino, ma sua figlia no! Sua figlia doveva essere libera di vivere la propria vita, aveva già fatto molto per i suoi, ma non doveva assolutamente sacrificarsi inutilmente. Ed eccomi qua, sono tornata ieri sera e la prima cosa che desideravo era vederti. Non so spiegarmi perché, ma anche quando ero laggiù e riordinavo, pulivo la casa, facevo da mangiare e accudivo i miei fratelli, mi venivi in mente tu e stavo bene. Non ti voglio spaventare sai, e non sentirti obbligato di nulla, te lo dico così, per condividere con te delle emozioni che non avevo mai vissuto e non vedevo l’ora di vederti per dirtele. E ora si è fatto tardi, devo andare al lavoro. Chissà perché, quando stai bene con qualcuno il tempo vola. Ma ci vediamo domani, vero? Sì, risposi io. Così iniziamo subito a parlare e chissà che poi non ci conosciamo meglio, ti va? Sì… Rispondevo soltanto a monosillabi, ero sconvolto, non sapevo più cosa fare. L’avevo appena ritrovata e adesso ripartiva, solo fino a domani, ma per me era già troppo. Ce la farò ad arrivare a domani? E il tempo passerà lentamente o sarà veloce? Ciao, a domani allora, disse. E io… a domani!

Ritornò al tavolo delle colleghe che, spazientite, la stavano aspettando e uscirono. Ma in quel momento mi venne in mente che non gli avevo ancora chiesto il nome. Uscii di fretta e vedendole in lontananza gridai: come ti chiami? Maaaaaa… rispose. Come? Mmmmaaa… Non sento! E lei, ormai lontana, girandosi, mi inviò un bacio soffiandolo dal palmo della mano…

Mario ora è a casa, si è fatto una bella doccia e si accinge a mettersi a tavola con i propri genitori e, quando, dopo aver versato un caldo minestrone a tutti, anche la madre si siede e iniziano a mangiare, una voce di un ragazzo felice, una voce forte e calorosa dice: allora, dove eravamo rimasti? Nel sentirla i genitori si guardarono attoniti, vorrei dire quasi basiti, persino la voglia di mangiare passò e tutt’e due compresero che quella sera, sicuramente, non sarebbero andati a letto presto.

Irobertocalaon